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Desdemona e la traslucenza della storia

Chi è Desdemona? Chi è questa giovane donna ribelle che scappando dal padre strappa le convenzioni del suo ruolo e del suo tempo? Desdemona è tutte noi? Niente affatto. Ed è per questo che in questa mostra le si chiede di rappresentare ogni donna uccisa.
Desdemona per amore una notte si pone fuori dalle regole e da quel momento a narrarla come creatura pericolosa saranno gli uomini: “E veglia su di lei; tieni gli occhi bene aperti; come ha ingannato suo padre ella potrebbe ingannare te” dice nell’atto I Brabanzio a Otello che apparentemente non ascolta, ma che più dimenticherà, e noi con lui, quella prima descrizione della sua compagna, mentre Iago, già alla sua prima apparizione, ne dà una descrizione a dir poco pornografica. Ha ragione Harold Bloom quando scrive che Shakespeare non riproduce la natura, ma inventa l’uomo, anche ciò di più spaventoso che lo costituisce: “Per certi aspetti, Otello e  la rappresentazione shakespeariana piu  offensiva della vanita  maschile e della paura della sessualita  femminile, e dunque dell’equazione maschile che fonde in unico timore la paura del tradimento e la paura della mortalita.”
Desdemona è quindi la creatura che per antonomasia non rappresenta solo una muta vittima, ma è colei che decide, che entra consapevolmente in una relazione di reciproca seduzione, ma le cui decisioni, proprio in quanto tali, vengono descritte dagli uomini come tradimento. Né Desdemona, né nessuna altra donna uccisa è una vittima a priori, è dentro lo squilibrio tragico e oltraggioso della relazione che diviene vittima.
Dentro a quel fazzoletto, “ben misero regalo di nozze” scrivevano i detrattori coevi di Shakespeare, non c’è quindi solo la giovane donna, ma c’è la loro relazione, c’è il passato di Otello, c’è una volontà maschile di dominio, ci sono tutti quelli che vivranno intorno alla relazione.
Infatti l’oggetto in apparenza silente muta durante lo srotolarsi tragico del testo: è napkin, poi diviene handkerchief, poi tonferà diventando a trifle. C’è una vita, negata.
Parte da qui Emanuela Mastria: quel fazzoletto considerato semplice, privo di sensi, privo di passato e di storia se non di un “ben misero” vociare inutile e dannoso è quanto racchiude in realtà tutta la densità di un vissuto, di emozioni incontenibili, della incapacità, della violenza, dell’indicibile. Sbaglierebbe chi considerasse i suoi fazzoletti di porcellana delle raffinate sineddochi, ciascuno di essi è invece la monumentalizzazione del torto ed è per questo che in quelle piccole iniziali in rosso, nella delicatezza di decori e merletti ciascuno diverso, irripetibile, consiste una vita. Mastria oppone la grazia, una delicatezza che tanto più costringe lei al confronto e alla non facile relazione nel plasmare la materia, tanto più diviene corpo nella cui trasparenza rinveniamo il racconto di ciascuna singola donna. Un racconto limpido e tragico che si oppone alla narrazione opaca e oscura di ogni Orfeo, che Shakespeare stesso appella sooty, fuligginoso, e nulla c’entra il colore della pelle.
Nessuno di quei fazzoletti, bianchi e traslucenti, è un frammento, tutti insieme sono una potente narrazione corale e ciascuno è un testo che l’artista scrive proprio in quella trasparenza di ogni fazzoletto che ci concede di vedere una filigrana, quell’elemento che identifica il luogo privilegiato dei racconti, la carta.
È così che l’artista narra l’indicibile senza concederci di distogliere lo sguardo, anzi conducendoci a stabilire un rapporto di intimità che diventa il vero spazio entro cui chi osserva, si direbbe, tattilmente, riconosce colei che è stata cancellata. Ma l’intimità creata da questi fazzoletti fluttuanti è un’intimità che potremmo definire benjaminiana perché si sostanzia nella voluta, ricercata lontananza dell’opera nella sua interezza dalla brutalità dell’atto che pure rappresenta. È questa lontananza che fa nascere l’esigenza di intendere e che crea la condizione di possibilità di accedere al dolore, di ricostruire dentro questa particolare intimità la correttezza della relazione e della sua diafana e traslucente bellezza, di un incantato, ma cosciente pudore che scaturisce dalla comprensione del sentirsi tutte e tutti esposti al lutto.

Michela Becchis

© photo Giorgio Benni